Sono dei seggiolini appesi a delle catene e a loro volta attaccati ad una specie di torta luminosa che gira velocemente; i ragazzi e le ragazze ci salgono sopra per spingersi l’uno con l’altro e “volare” cercando di prendere il codino di un pupazzo che sta appeso in alto, a forma di topo, orso, gatto, a seconda della “volontà creativa” del padrone della giostra del “calcio in culo”, così si chiamava, proprio così, calci in culo.
Ed era quello che serviva come spinta per poter afferrare quel codino e fare un giro gratis.
“Mamma ti presento Pietro detto Pippi, un mio amico; insieme vogliamo andare sul calcio in culo”.
Pietro detto Pippi era un ragazzino di 13 anni, tozzo, ciccio, capelli a caschetto biondi, due occhi azzurri, portava gli occhiali e aveva un leggero tic a un occhio, lo apriva e lo chiudeva ogni tanto, quando era nervoso.
Pietro detto Pippi era simpatico; a parte il tic, avevo un solo difetto: quando starnutiva bisognava stargli lontano, perché spruzzava saliva da tutte le parti e gli cadeva un vistoso moccolo dal naso. La madre gli aveva insegnato a mettersi le mani sul viso quando starnutiva, lui lo faceva, ma non si capisce per quale mistero psicomotorio, lo faceva in ritardo, cioè prima starnutiva, poi si metteva la mano sul viso e si passava la manica della giacca strisciandola per lungo sul naso per togliersi il moccolo e, sempre ritardo, tirava fuori dalla tasca il fazzoletto ormai inutile: il misfatto psicomotorio era fatto.
Anna lo aveva scelto fra tutti ragazzi della scuola, perché era sicura che con la forza del tozzo ciccio Pietro detto Pippi sarebbe riuscita a prendere quel dannato codino e fare magari cento, mille giri sulla giostra del calcio in culo “a gratis”, come dicevano i ragazzi e le ragazze, “a gratis, a gratis”, e lo ripetevano come se fosse la cosa più seria e ambita della loro giovane età, “a gratis”, e brillavano loro gli occhi.
Anna, tirando la manica della mamma, disse “Mamma, mamma, ci dai due soldini per fare un giro sulla giostra del calcio in culo? Un biglietto per me e uno per Pietro detto Pippi, solo due biglietti e poi gli altri giri tutti a gratis, vero Pippi?”.
Pietro detto Pippi sbatté l’occhio, quello del tic, nervosamente, poi scosse la testa per un sì che gli fece alzare e abbassare la frangetta bionda.
“Anna, scusa, ma la mamma di Pietro…”. “Pietro detto Pippi, mamma, il suo nome intero”, disse Anna. “Vabbè! La mamma di Pietro detto Pippi non gli ha dato i soldini per comprarsi i biglietti per le giostre?”. “Mamma”, replicò Anna, “glieli ha dati per le altre giostre, ma non per questa. Dai, mamma, l’ho invitato io”.
La mamma di Anna ebbe l’immagine tridimensionale del portafoglio che aveva in borsetta accoccolato lì fra le chiavi di casa, una forbicina per le unghie, vari scontrini dei supermarket, un foulard di seta, un botticino di profumo, delle pastiglie per i frequenti mal di testa e poi lì il portafoglio di finta pelle rossa con delle bordature blu. Come avrebbe desiderato di averlo dimenticato a casa, ma no! Era lì! Lui, finta pelle, ma i soldi erano veri.
La mamma di Anna aprì svogliatamente la borsetta, prese il portafoglio e consegnò ad Anna i soldini per comprare i biglietti e fare un giro sul calci in culo.
Fece appena in tempo a dirle “Sono gli ultimi soldini che ti do, gli ultimi, poi basta!”.
E mentre diceva quella parola “gli ultimi”, sapeva dentro di sé che non era vero e che avrebbe ceduto per sempre ai ricatti della sua dolce, tenera, perfida figlia.
Anna e Pietro detto Pippi erano già seduti sui seggiolini, Pippi aveva già afferrato le catene del seggiolino e aveva messo i piedi dietro pronto a darle i calci in culo ad Anna e farla volare per prendere il codino del topo, gatto, orso, chissà che cos’era.
La giostra si mosse, “Signora si sposti, altro giro altra corsa”, urlò l’omino della giostra.
Il calcio in culo iniziò a ruotare e tutti i ragazzi e le ragazze urlavano felici.
La musica era assordante, le luci si accendevano e spegnevano come fossero fuochi d’artificio.
In un attimo la giostra aveva raggiunto il massimo della velocità, i ragazzi spingevano le ragazze e i seggiolini volavano come fossero aquiloni, uccelli, che poi ricadevano pronti a volare di nuovo, tutto oscillava su e giù seguendo il mistero della forza centrifuga.
Ogni tanto, come in un turbinio di vento e pioggia, si vedeva qualche seggiolino volare più in alto di tutti, ma nessuno riusciva a prendere il codino, anche perché il padrone della giostra lo alzava e lo abbassava a suo piacimento e con la faccia di un bambino poco simpatico diceva al microfono: “Forza ragazzi, il codino, prendete il codino”.
Lo diceva in modo svogliato, come di chi avrebbe voluto essere da un’altra parte, invece di stare lì a far prendere il codino di un topo, orso o che so io, insomma l’avrebbe lasciato in eredità quel calci in culo a chiunque e lui avrebbe passato il resto della sua vita in mezzo alle palme vicino al mare, proprio quelle palme e quel mare che erano dipinti sulla sua giostra.
Anche Anna e Pietro detto Pippi cercavano di raggiungere il codino, ma niente, con tutti gli sforzi che faceva Pippi niente da fare; poi, ad un certo punto, il codino venne raggiunto da due ragazzi che non erano Anna e Pietro dito Pippi, allora crollò loro il mondo addosso.
La giostra si fermò, scesero dai seggiolini, si avvicinarono alla mamma di Anna e a Pietro detto Pippi inizio a vibrare l’occhio del tic e fece uno sternuto dal nervoso, così grosso che avrebbe fatto naufragare una nave nel moccolo che gli scendeva dal naso. Sempre dal nervoso, Pietro detto Pippi prese il fazzoletto in ritardo e lo gettò per terra, urlando “Niente giro gratis!” Guardò negli occhi Anna e disse: “scusami, Anna”, e scappò via veloce verso casa.
Anna si appoggiò alla mamma, la mamma l’accarezzò. “Non importa, Anna, siete stati bravi”. “Mamma”, disse Anna con gli occhi lucidi, “Io lo amo”. “Chi?” “Pietro detto Pippi, lo amo”. Alla mamma di Anna venne di nuovo in mente il portafoglio che era lì accoccolato nella borsetta. “Andiamo a casa ora, dai, che si fa tardi”. “Ma mamma, io lo amo”. “Ho capito, ne parliamo domani dopo i compiti”.